Il colore del colore Immersioni nell’andarsene L’essenza cromatica Nella ricerca artistica di Cecilia Maraviglia – alla quale l’urgenza del dipingere è esplosa improvvisamente tra le mani da soli due anni, irresistibile – c’è un solo soggetto: il colore. Allo stato puro. Il colore che è insito in ogni colore, il suo cuore segreto, che giace nel suo fondo e batte, producendo una vibrazione che affiora in superficie, la tela. Variando le sfumature dello spettro con un formicolio impercettibile. Con delle sbavature lievi, delle mescolanze, delle gradazioni progressive. La monocromia è apparente, quando c’è. Ed è attraversata da piccoli impulsi nervosi, come movimenti sotterranei che scuotono leggermente da sotto il manto del colore dominante. ‘Qualcosa’ sfuma in qualcos’altro. Ma la domanda resta aperta: in cosa? Da ‘cosa’? Paesaggi dell’indeterminato Noi vediamo certamente fondi marini, cieli, distese di vento che carezzano le acque, e notiamo fenditure misteriose in campi di luce a tagliare il quadro a metà, orizzontalmente per lo più. Forse un orizzonte realistico viene evocato, con stacchi di colore astratti, dietro cui scorgiamo bagliori dorati e bianchi come aperture improvvise, lampi, tra un temporale e una schiarita. Forse. Concretamente non sono che stratificazioni di segni, depositi materici di pigmenti a crudo e i loro veicoli: l’acrilico, la tempera, l’olio. Il colore blu (o è il cielo marino?), L’alba (o è solo una campitura di rosso scuro?), Il riflesso d’oro nella pietra (o sono le spaziature che si formano per osmosi tra il giallo e il verde?) Non entrano mai del tutto nel nostro
campo visivo come dati certi. Oscillano tra ciò a cui somigliano davvero e ciò che possono essere senza alcuna rassomiglianza col vero. Nell’atto inutile di decifrarne una forma finita e definita si resta con lo sguardo in bilico su questo crinale vagamente onirico. Sono tali binomi cromatici i soggetti protagonisti delle sue tele che appaiono simultaneamente astratte e descrittive, per effetto illusionistico. La lotta con la materia Quale variazione emergerà a rapire il nostro occhio ipnotizzandolo, di fronte a quale quadro? Quale forma assumerà: cielo durante una mareggiata o mero pigmento materico, di blu lapislazzulo? Cosicché la forma è affidata all’immaginazione di chi vede, come nell’astrattismo migliore e allo stesso momento è illustrativa, come il disegno ingenuo di un bambino che si fissa sull’amore per un solo pennarello. Il processo di creazione è di suo molto insidioso. Fallisce più volte di quanto non riesca, in forza della natura fondamentale di un colore univoco, che sfugge dalle mani dell’artista, le si ribella, frustrando di continuo; come se avesse vita propria e si imponesse lui, nel modo in cui esso pretende che sia mostrato dalla pittrice a noi. Il colore continuerà a danzare indifferente – si ha questa sensazione anche ad opera finita – tormentando la volontà della pittrice di ammansirlo (la quale dipinge con diversi formati di rulli su tele orizzontali e pigmenti impastati con altro) affinché, infine, si possa alzarlo sulla sua verticale a resa ultimata, secondo la visione che trova nell’artista la maternità sul colore e non il colore sull’artista. E’ una lotta strenua con la purezza intrattabile del colore, per trovare un punto di incontro, negoziando la tregua che soddisfi temporaneamente entrambi. Rivelazioni visive Si può percepirlo guardando queste colate materiche che si tuffano in sé stesse, che si spezzano sbattendo su un altro colore, apparso di colpo al suo fianco, sotto, sopra, di tre quarti, dando ulteriore profondità al punto di fuga che resta invisibile. Complementare, avverso, fratello, se non anche fratricida.
In queste opere c’è una marcata originalità (senza che si senta nemmeno per un attimo il bisogno di trovare avi artistici illustri per contestualizzarle) e l’impatto visivo è fortissimo. È uno squarcio netto nello spazio, un taglio che lo riempie di luce. Non c’è una direzione del segno e una sovrastruttura concettuale a muovere l’intenzione del raggiungimento di un significato, come nemmeno di alluderlo e tantomeno di negarlo. Ciò aumenta il senso di libertà e levità che ci raggiunge quando siamo difronte ai suoi quadri, ci si sente molto liberi, e non è una cosa così comune quando c’è una personalità artistica forte, che qui però c’è. Le cornici sono dipinte, come fossero una parte del dipinto grande. Sono quadro e sono pittura. Sono della stessa sostanza, senza il trucco pittorico del metalinguaggio. Gioia dell’inatteso Più probabilmente si tratta della regola del principiante ispirato, la sua fortuna proverbiale: trovare l’insolito istintivamente, scoprire un tesoro sotterrato, mai trovato prima, mentre si cercavano le chiavi di casa perse nel prato davanti al cancello. La rottura della convenzione è più accidentale che altro, una casualità intelligente, l’euristica felice che si addice al ricercatore di passione, che non pensa a quel che trova, perché si concentra solo sulla ricerca che compie. Non c’è stata una ragione, una decisione – riferisce la stessa Cecilia quasi con imbarazzo – per cui la cornice si sia fusa inaspettatamente con il dipinto. È solo apparsa, come costitutiva dell’oggetto nella sua interezza: telaio, tela, pigmento, cornice: una cosa sola. L’esperienza dell’altrove Guardare i quadri di Cecilia Maraviglia è un’esperienza che ci colloca a metà tra regressione intima e volo verso degli altrove indefiniti, capaci di innescare catene associative in noi, visitatori dei suoi paesaggi sospesi. Hanno il potere delicato di sollevare dentro di noi onde immaginifiche verso scenari interni, non-luoghi, in cui la mente – vagando sulla superficie – ritrova l’innocenza di uno sguardo più puro, quello fugace ma luminoso di cui è capace l’apprendista, l’autodidatta disinibito che azzarda la scoperta
dell’ovvio, che ovvio non è affatto quando sei tu a scoprirlo e a capirne da capo la legge che lo governa, il suo perché. È l’ovvio che diventa l’originale. Quelle pause private e minute del respiro di ognuno, quei déjà-vu e quelle nostalgie verso realtà familiari quanto inesplorate, suonano come sospensioni dello spazio e del tempo che le sue opere riescono per qualche ragione ad azionare a livello sensoriale, fisico. Energia che salta fuori dal quadro e ti salta addosso, più nel corpo intero che nel solo senso della vista. I quadri della serie “il colore del colore” (la sua prima e unica serie) hanno, per l’appunto, il potere di portarci fisicamente via da ‘qui’. Con immediatezza e forza decisa ci trasportano dentro a quei paesaggi semi definiti, anche verso un altro tipo di sospensione; parallela a quella del respiro che può coglierci alla sprovvista: l’assentarci dalla nostra stessa presenza. Ci “immergono nell’andarsene”, come nel sottotitolo con un’espressione poetica si cerca di simbolizzare; strappandoci veloci e luminescenti dal luogo in cui li stiamo guardando. L’esercizio contemplativo Quel colore del colore, il suo substrato essenziale, inesistente in materia eppure percepito, quel cuore sottostante – qui squadernato e frastagliato, compattato e steso al suo limite, interferito, stratificato, sbattuto sulla tela e grattato via come in un rito di aggiunta e sottrazione, proposizione e distruzione – sembra riprodurre il movimento effettivo e radicale che l’artista ha fatto. È infatti un movimento contemplativo quello che Cecilia Maraviglia ha fatto nel comporre l’opera, involontario in partenza, incontrovertibilmente tale all’arrivo. Per ore e settimane e mesi di combattimento ininterrotto, dall’alba al tramonto: come una monaca che esegue il suo esercizio spirituale senza poter avere obbiettivi secondi, non volendoli, esercizi insensatamente utili, che si fanno solo per ‘andarsene’, con un’immersione ascendente, mentre medita qualcosa di ignoto, di imprendibile e rarefatto, concentrandosi però solo su elementi semplicissimi: il blu, il rosso, il verde, il bianco, l’ocra, il marrone, granelli di sale, polveri di pigmento, cotone, acqua, olio. E in quella pratica noi deduciamo la pittrice voglia svanire nella tela, con la tela, immergervisi, “fuggendo immobilmente”, come recita l’ossimoro più poetico di un fulminante e incantatorio verso pascoliano.
La terra di nessuno Vedere di persona queste bellissime opere, trasognanti ed eteriche, è fare esperienza di un’immediatezza piuttosto rara tra l’atto dell’osservazione e la sensazione che muove. Un po’ come chiudere gli occhi e vedere ciò che non ricordavamo più di avere dentro di noi. È il ripercorrere, seguendone i passi, quel suo esercizio d’ascesi rivolto verso il centro del colore. Laggiù o lassù, ovunque si trovi quell’ipotetico centro. Non stanca, anzi rigenera, lo starsene lì svagati ed assorti, tra il sentirsi spaesati e il sentirsi tornati nel proprio paese; a vedere la forma del colore muoversi da ferma, un attimo prima che prenda forma, un attimo prima che la luce si colori del tutto, un attimo prima che l’astratto si separi dal concreto. Un po’ prima – e un po’ dopo – che la rappresentazione si accenda e vinca sull’essenzialità nella sua veste di ‘cosa’ indifferenziata. In quella terra di nessuno, che è rivelata come la terra che, infine, conta guardare più a fondo di tutte le altre terre. Chiedersi se ciò che vediamo, lì esposto sulla tela, finirà col coincidere o no con quello che immaginiamo di aver visto dentro, è il dilemma che fa da viatico durante tutta l’esperienza della mostra. Immersioni nell’andarsene (il ritorno trasformante) E così, guardando i suoi paesaggi fatti col ‘colore colorato’, non si sa più se stiamo vedendo un quadro fisico, oggettuale, oppure sognando ad occhi aperti ciò che proiettiamo su di esso, all’apice della nostra soggettività. Viaggiamo speditamente in noi, verso un altro tipo di centro, un punto nascosto che si allontana o che ci respinge lontano, infatuati dalla piccola rivelazione di avere, proprio in quel preciso momento, l’opportunità di vivere a nostra volta una dimenticanza di luogo, di tempo, di identità definita, quella con cui siamo arrivati davanti all’opera, in questa mostra, in questo luogo, a questa certa ora del giorno. Il “prima” di quel durante, il venire immersi nel blu del mare prima di “andarsene”, e di riemergere trasformati. E’ in quel momento che, fuggendo immobilmente, si viene raggiunti dal
colore, prima braccati e poi afferrati dalla sua mano invisibile e anonima, pescati nel suo mare fondo e insondabile, ed infine rimescolati amalgamati nel fluido di una vaga reminiscenza d’infanzia, che così tanto assomiglia ad un senso di oltrepassamento della nostra identità, anche quella futura. Il curatore Alessandro Rossi